Bossetti chiede aiuto a famoso giornalista




YARA GAMBIRASIO

è scomparsa alle 18:44 di venerdì 26 novembre 2010.  Il 5 dicembre 2010, a bordo di una nave diretta a Tangeri, viene fermato l'operaio marocchino Mohammed Fikri, che lavora in un cantiere edile di Mapello, dove i cani molecolari sembrano aver rilevato l'ultima traccia di Yara. L'operaio viene indagato per la scomparsa di Yara a causa di un'intercettazione telefonica ambientale nella sua lingua, rivelatasi poi priva di valore a causa di una traduzione errata. Il corpo di Yara viene ritrovato casualmente tre mesi dopo la scomparsa, il 26 febbraio 2011, da un aeromodellista in un campo aperto a Chignolo d'Isola, distante 10 chilometri circa da Brembate. Vengono rilevati numerosi colpi di spranga sul corpo, un trauma cranico, una profonda ferita al collo e almeno sei ferite da arma da taglio sul corpo. Nei mesi seguenti si ipotizza che la morte sia sopraggiunta in un momento successivo all'aggressione, a causa del freddo e dell'indebolimento dovuto alle lesioni. Sul corpo non appaiono segni di violenza carnale.

Il 16 giugno 2014 viene arrestato Massimo Giuseppe Bossetti, un muratore di Mapello incensurato di 44 anni. A lui si è arrivati per la sovrapponibilità del suo DNA nucleare, prelevato con uno stratagemma, con quello di colui che era stato etichettato come "Ignoto 1", rilevato sugli indumenti intimi di Yara e ritenuto dall'accusa l'unico riconducibile all'assassino per la posizione, in zona particolare e attinta da arma bianca, in cui era stato rinvenuto. Altro elemento portato dall'accusa è il fatto che le telecamere di sorveglianza della strada della palestra di Yara avrebbero filmato il furgone Iveco di Bossetti passare più volte davanti al centro sportivo. Tuttavia, per ammissione del colonnello del R.I.S. Lago, il filmato diffuso dallo stesso R.I.S. sarebbe stato creato, in accordo con la procura di Bergamo, per esigenze di comunicazione alla stampa.

 Il 26 febbraio 2015 vengono chiuse le indagini. La procura ritiene colpevole Bossetti, che resta l'unico indagato, e ne chiede il rinvio a giudizio. La difesa ne chiede invece la scarcerazione, valutando poi l'opportunità del rito abbreviato, sostenendo che il DNA mitocondriale minoritario apparterrebbe ad un altro individuo, definito dagli avvocati "Ignoto 2". Inoltre, sostenuta dal criminologo Alessandro Meluzzi, consulente di parte, la difesa contesta il processo di identificazione di Bossetti con Ignoto 1 in quanto il DNA sarebbe contaminato, e chiede anche un'indagine sugli intestatari dei numeri di telefono presenti nella rubrica del cellulare di Yara, molti dei quali sono stati sentiti dagli investigatori.

 Il 27 aprile 2015 si apre con l'udienza preliminare davanti al GUP del tribunale di Bergamo il processo di primo grado, con l'accusa di omicidio volontario aggravato e calunnia nei confronti di un collega. Il GUP decide l'apertura del processo davanti alla Corte d'assise per il 3 luglio 2015. La difesa di Bossetti convoca ben 711 testimoni, sostenendo che Yara sia rimasta vittima di bullismo o collegando il fatto ad altri delitti avvenuti nella stessa zona. Il 1º luglio 2016 la Corte d'Assise di Bergamo condanna Massimo Bossetti all'ergastolo per l'omicidio di Yara Gambirasio e lo assolve dall’accusa di calunnia. La Corte riconosce inoltre l'aggravante della crudeltà e revoca a Bossetti la potestà genitoriale sui suoi tre figli; non viene invece accolta la richiesta del Pubblico Ministero, che aveva chiesto per l'imputato anche l'isolamento diurno per sei mesi. La Corte dispone i risarcimenti per ciascun genitore e per ogni fratello di Yara e per gli avvocati. Il processo d'appello è incominciato il 30 giugno 2017. La difesa esibisce come nuova prova una foto satellitare, sostenendo che il corpo della vittima sarebbe stato spostato e il DNA depositato molto dopo il delitto, cosa negata dalla procura e dalla sentenza di primo grado.  

Il 17 luglio 2017 la Corte d'Appello di Brescia conferma la sentenza del primo grado di giudizio, giudicando Bossetti colpevole e condannandolo all'ergastolo.

 Il 12 ottobre 2018 la Corte di cassazione conferma la condanna all'ergastolo di Bossetti il quale, recentemente, ha scritto al giornalista bergamasco Vittorio Feltri per chiedere aiuto.

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